RICCARDO SZUMSKI GUARDANDO ALLA TRADIZIONE POTREBBE RICOMINCIARE DAI COMUNI

di ENZO TRENTIN Potrei inondarvi di grafici, cifre, date, nomi di personaggi, e di movimenti o partiti in origine sedicenti autonomisti e federalisti poi indipendentisti degli ultimi 40 anni o giù di lì. Non lo farò. Potrei constatare con stupore e ammirazione, come fa il 99% dell’«uomo qualunque», la grande reattività e l’indignazione per l’attuale condizione della vita pubblica nella penisola italica. Non lo farò.

La vita politica delle istituzioni italiane, e di riflesso quella dei suoi cittadini, è talmente disgustosa e repellente che rimanda alle memorie liceali che ci narravano delle stalle di Augia, re dell’Elide, uomo ricchissimo in greggi e mandrie, le cui strutture di ricovero per gli animali erano completamente ricoperte da un enorme strato di sterco, causa di una terribile pestilenza che affliggeva tutto il Peloponneso. Purtroppo, a differenza di quanto ci dice la mitologia greca non disponiamo di un Ercole, che nella sua imposta quinta fatica prevedeva che l’eroe le ripulisse.

Marcello Veneziani (un rispettabile intellettuale che non è certo nelle mie corde) il 4 giugno 2020 scrive: Il patriottismo dei mascalzoni[ http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-patriottismo-dei-mascalzoni/?fbclid=IwAR0wGGHKz-D6maYLcjw7j7GY7m3Al1NwE9oACUXgYT8knle6Ps5Da045Pgc ] dove tra l’altro constata: «…la Cupola italiana – quell’intreccio di poteri che occupa istituzioni, governo, scena politica, media di stato e giornaloni, poteri giudiziari e sanitari – ripete ogni giorno il mantra di restare uniti contro il virus, la destra e la piazza, che poi ai loro occhi coincidono. La chiamano unità ma intendono uniformità. La chiamano comunità ma intendono conformità.»

Dal lato opposto dello spettro politico, il 2 giugno Riccardo Szumski, il medico-Sindaco di Santa Lucia di Piave (TV), lancia per Veneto le Unità di resistenza contro il colpo di Stato. Dal palco prospiciente centinaia di

Riccardo Szumski
Riccardo Szumski

indipendentisti colà confluiti per ascoltarlo, dichiara: «Non c’era niente da festeggiareoggi. (era la festa della Repubblica. Ndr) L’Italia è uno Stato fallito e contro la dittatura bisognaagire uniti. […] Create insieme a me le “unità di resistenza veneta” contro la dittatura della partitocrazia e della burocrazia.»

Datemi retta, è un de profundis quello che dovrebbe arrivare a tutti coloro che in questi ultimi 40 anni circa hanno cercato di cavalcare lo pseudo federalismo di Umberto Bossi, della Liga Veneta poi Lega Nord, oggi Lega per Salvini Premier, come per tutti gli altri succedanei che, scontenti del Senatùr & Co. hanno infruttuosamente cercato di occuparne gli spazi politici lasciati vacanti. Qualcosa, dunque, da non perseguire. Basta la constatazione che in questo lasso di tempo tutte le scissioni della Lega si sono rivelate – unitamente ai loro presunti leader – dei rifiuti elettorali.

Manca la visione storica

Non tutti si soffermano con la necessaria attenzione sul fatto che la civiltà comunale ebbe origine in Italia centro-settentrionale attorno all’XI secolo, e interessò in età medievale vaste aree dell’Europa occidentale. Con la rinascita delle città nell’XI secolo e la ripresa delle attività artigianali, i nuovi ceti urbani si riunirono per liberarsi dai vincoli feudali e dall’autorità imperiale, creando una nuova realtà politica: il Comune come forma di governo locale.

Il Comune nacque quindi con l’intento di esprimere la lotta per l’emancipazione dalla soggezione feudale, che dà luogo a una profonda trasformazione sociale, caratterizzata dal rifiorire delle attività commerciali e l’emergere della borghesia. Mario Ascheri [«Le città-Stato» Edizioni il Mulino] ci ricorda che il Comune compare nelle fonti documentarie a partire dalla fine dell’XI secolo come commune (Le Mans, 1070) ma anche communitas (Cremona, 1078) e più tardi universitas – termine del diritto romano per indicare un «tutto», un complesso unitariamente considerato. Come ancora oggi, Comune ha indicato in passato, in Italia e altrove in Europa, ogni istituzione di governo locale, quale che fosse la dimensione della comunità amministrata e quale che fosse l’ampiezza delle sue competenze e dei suoi poteri; si trattasse di città o anche di centri minori, di castelli e di insediamenti montani e rurali pur di scarso spessore demografico. La città-Stato recepì in pieno la nozione romana di cittadinanza come connotato precipuo di appartenenza. Nella crisi del Regno d’Italia, ci si identificava con la città anziché con il regno. Le istituzioni locali divennero la salvaguardia, la tutela naturale di ogni diritto e la rappresentanza dei cittadini nei rapporti con i poteri esterni alla città.

In un primo tempo e in qualche ambiente civis poté indicare un ceto sociale, anziché la generale condizione del membro della collettività urbana. Così nella Milano già molto complessa socialmente del primo XII secolo la popolazione è divisa in «ordini»; compaiono gli ecclesiastici e, divisi nettamente tra loro, i milites, i combattenti a cavallo (non per questo esclusi da attività imprenditoriali), e i cives.

Nella cultura costituzionale di queste città c’è piena adozione del principio maggioritario per le votazioni assembleari, divergente dalla massima politica che proprio allora, traendo da un passo del Digesto di Giustiniano, sanciva che «quel che tocca tutti da tutti deve essere approvato» (quod omnes tangit ab omnibus adprobari debet), il famoso principio passato anche nell’Oculus pastoralis, ma divenuto fondamento precipuo del parlamentarismo medievale per ceti.

Buon governo
Effetti del buon governo, c.1338

Il parlamentum delle città-Stato dette sempre l’idea dell’assemblea della collettività tutta, operante sin dall’XI secolo e poi decaduta, sostituita nel corso del XII secolo dai più efficienti e istituzionalizzati consigli comunali basati sulla rappresentanza dei quartieri cittadini. Nelle città-Stato rimasero momenti di esercizio diretto della sovranità collettiva, ma normalmente le deliberazioni furono frutto delle assemblee unitarie rappresentative dei vari quartieri e ceti della cittadinanza. E gli effetti benefici di questa civiltà sono ben illustrati negli affreschi di Ambrogio Lorenzetti (Siena, circa 1290 – 1348) che fu uno dei maestri della scuola senese del Trecento. Le Allegorie del Buono e Cattivo Governo e dei loro Effetti possono ancor oggi essere ammirate nel Palazzo Pubblico di Siena.

La disordinata vita politica delle repubbliche in quei secoli lontani non è caos: è espressione di libertà. Non solo: di mancanza della sempre dichiarata (dagli storici) oligarchia. Nella città-Stato potevano esserci anche complesse clientele – come quelle studiate analiticamente soprattutto per Firenze -, ma il gioco politico nelle varie fasi delle procedure elettorali era altamente incerto quanto agli esiti finali. I cittadini si conoscevano reciprocamente almeno a livello zonale, certo; ma come evitare le sorprese in ambienti privi di partiti ufficiali come quelli odierni, in cui si dichiara pubblicamente la propria fedeltà per un leader? Si doveva fare una coniuratio segreta per cercare di prefigurare degli sviluppi politici, ma con rischi altissimi nel caso in cui si fosse stati scoperti. Nulla era scontato, quindi.

La cultura della legalità coesisteva con la necessità delle deroghe: necessitas non habet legem, si ripeteva in queste circostanze. La repubblica doveva difendersi. Ma in tempi di ordinario confronto politico e di amministrazione ben regolata si potevano escogitare anche novità interessanti. Come il maggior sindaco, ad esempio, che continuava la tradizione di personificazione dell’interesse peculiare dello Stato in un ufficiale.

Un esempio era Siena, di fine Duecento, dove c’era un ufficiale forestiero, a tempo limitato come al solito, che assisteva a tutti i consigli comunali e che per dovere d’ufficio avvertiva i presenti quando si voleva approvare qualcosa di contrario alle regole. Una specie di tutore della legalità, come i segretari comunali nella nostra tradizione amministrativa, ma qui impegnato a favore della costituzione comunale, su scelte ben più gravi di quelle meramente amministrative.

Significativi anche gli sforzi in direzione della separazione e dell’equilibrio dei poteri. In queste città la Separazione poterigiurisdizione è normalmente di competenza di soggetti diversi dall’autorità politico-amministrativa. Certamente alcuni ufficiali come quelli preposti alle finanze, o a certe imposte o all’annona ad esempio, avevano competenza generale, e quindi s’occupavano anche del contenzioso nascente dalla loro attività amministrativa – secondo una prassi che si rafforzerà in età moderna.

È da sottolineare che nella civiltà comunale, quasi dappertutto le cariche ‘rappresentative’ erano per sorteggio [ https://blogdiet.wordpress.com/2020/05/31/aboliamo-le-elezioni/ ], di breve durata, e non comportano compensi di sorta. In più ci sono solo due categorie di cittadini che non hanno diritto al voto: i ricchi (perché possono comprare i voti) ed i poveri (perché il voto lo potrebbero vendere). Ma si tratta di due categorie numericamente scarse. I ricchi per ovvie ragioni, i poveri, perché si tratta per lo più di persone senz’arte né parte, braccianti alla giornata et similia.

Per riscontrare elementi di moderna democrazia dovranno passare secoli. E si dovrà riconoscere che l’espressione “democrazia diretta” è affetta da un pleonasmo e che l’espressione “democrazia rappresentativa” costituisce un ossimoro. Dove c’è democrazia, infatti, c’è decisione popolare diretta (nel senso appena indicato). Dove, invece, vi è rappresentanza non v’è democrazia. La distinzione, ben tracciata, di là dall’Atlantico, da James Madison (con la sua opposizione tra la “pure democracy” e la “republic”) trovò, peraltro, la sua più chiara formulazione in Emmanuel-Joseph Sieyès, nel suo decisivo intervento alla Costituente, il 7 settembre del 1789: il «concours immédiat» alle decisioni pubbliche è quello che «caractérise la véritable démocratie»; il «concours médiat», invece, «désigne le gouvernement représentatif». Pertanto, «la différence entre ces deux systèmes politiques est énorme

Uno scenario per i nostri giorni

Non mi soffermerò su un modo di far politica che ha un’etica e una morale del tutto particolari, che sono un’interpretazione assai singolare degli insegnamenti di Niccolò Machiavelli. Per il Partito dei Veneti

[ https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2691923567579108&id=294990670605755 ] per esempio, altri gli hanno stigmatizzati.

Mi cimenterò, invece, nell’ipotizzare quella che potrebbe configurarsi come l’azione politica del Sindaco

Riccardo Szumski, e sulla creazione di Unità locali da lui ipotizzate quali piattaforma del suo agire politico-amministrativo in funzione del raggiungimento dell’indipendenza del Veneto. Tali Unità locali di resistenzaa mio modo d’intendere assomigliano moltissimo alle organizzazioni per singola questione” pronosticate da Moisei Ostrogorski in La democrazia ed i partiti politici” pubblicato nel lontano 1903.

Possiamo dunque partire da quanto previsto nel Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 – “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali”, e sue successive modificazioni, che all’art. 8 commi 1 e 3 riportata testualmente: «Nello statuto devono essere previste forme di consultazione della popolazione nonché procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati dirette a promuovere interventi per la migliore tutela di interessi collettivi e devono essere, altresì, determinate le garanzie per il loro tempestivo esame. Possono essere, altresì, previsti referendum (N.B. Non si parla di referendum consultivi. Ndr) anche su richiesta di un adeguato numero di cittadini.»

A questo proposito è bene evidenziare che la redazione e la modifica degli Statuti comunali (e relativi regolamenti) è di competenza esclusiva del Consiglio comunale. È anche fondamentale chiedere che alla stesura del regolamento (come pure dello statuto comunale) possano far parte anche associazioni, comitati o delegazioni dei cittadini e che siano entrambi (statuto e regolamento) sottoponibili a referendum confermativo. Fino a che faranno tutto i rappresentanti avremo sempre davanti le solite trappole e limitazioni sempre imposte dai pochi eletti nelle vesti di controllore-controllato.

Non mi stancherò d’affermare che nel modello costituzionale [qualsiasi sia lo Stato, se democratico] rispettoso della “sovranità” popolare il referendum è la regola, (ovviamente non quello consultivo, che è un furto di democrazia) l’inammissibilità costituisce l’eccezione. Che per consentire l’effettiva partecipazione dei cittadini all’attività amministrativa può essere prevista (in ossequio al Decreto legislativo succitato) l’indizione e l’attuazione di referendum sia «d’iniziativa» che «di revisione» tra la popolazione in materia di esclusiva competenza comunale [o provinciale]. E per «iniziativa», s’intendono azioni tese ad imporre a Sindaco, Giunta e Consiglio comunale, deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità. Mentre per «revisione», s’intendono quelle deliberazioni che, già assunte dalla Amministrazione comunale, si vogliono, eventualmente, prese con differenti norme. In ambedue i casi: «d’iniziativa» e «di revisione» i referendum devono essere validi con qualsiasi numero di partecipanti al voto.

Se Riccardo Szumski e i suoi seguaci riterranno di intraprendere questa azione politico-amministrativa di «véritable démocratie» potrà immediatamente contare sull’appoggio e l’azione fiancheggiatrice del “Movimento Federale per una Confederazione dei Popoli Italiani” che sta già fattivamente operando non solo in Veneto, ma in tutt’Italia. Infatti, gli attivisti di questa formazione politica hanno già depositato petizioni a:

  • Santa Giustina In Colle (PD) 
  • Pove del Grappa (VI)
  • Valsamoggia (BO)
  • Modugno (BA)
  • Cassano delle Murge (BA)


Nel loro sito [ https://www.movimentofederale.eu/2020/05/06/moduli-a3-per-il-referendum-deliberativo-comunale/ ] è possibile scaricare il modulo della petizione (che va adattato Comune per Comune) e controllare la lista delle presentazioni che si allunga di giorno in giorno.

Soltanto così potremo cominciare quella “educazione” alla democrazia e all’impegno civico dei molti cittadini che vorrebbero ancora delegare ai politici designati dai partiti

È da notare che una delle ragioni del successo dei populisti un po’ in tutto il mondo è che la politica tradizionale (leggi: i partiti ascrivibili alla cornice liberal-democratica) e la “gente che conta” sembrano non ascoltare le reali esigenze delle persone. Che siano sordi ai bisogni, alle paure, ai problemi, a quello che succede nella vita quotidiana della maggioranza della gente comune. Non si può certo dire che su questo chi si ribella ai partiti storici abbia torto, anzi. Il problema è il tipo di risposta che si dà a disagi (reali o percepiti, poco importa) vissuti davvero sulla pelle (e nella psiche).

Affiancare la democrazia diretta a quella rappresentativa darebbe un duro colpo allo strapotere dei partiti romani e dei poteri forti economico-finanziari che invariabilmente ne condizionano le scelte a proprio consumo, e a danno dell’interesse maggioritario tra i cittadini.

deterrenzaLa facoltà per i cittadini di esercitare, tramite la democrazia diretta, la propria sovranità in corso d’opera, durante il mandato di un governo locale, rappresenta l’unica forma di deterrenza e controllo in itinere in grado di mettere l’amministrazione dei Comuni al servizio degli interessi della maggioranza, sottraendola al rischio ormai quotidiano di abusi e condotte riprovevoli messi in atto dai politici di professione. Inoltre, l’esercizio della sovranità popolare costituirà il cemento per una nuova presa di coscienza da parte dei cittadini delle nostre terre: la nozione di essere una comunità forte e coesa, capace di un effettivo autogoverno e sottomessa senza più alcuna legittimità da un regime colonialista e criminale.

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